Pietro Gatti il Poeta di Ceglie Messapica.

…e della sua terra rossa

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Dal web messaggi di cordoglio per la morte di Pietro Gatti
Giovedì, 2 agosto 2001
Profondo cordoglio non solo in Puglia ma in ogni luogo d’Italia e anche del mondo ha destato l’informazione della morte di Pietro Gatti, il poeta cegliese scomparso il 27 luglio nella sua casa di campagna a 88 anni. Sono stati numerosissimi i messaggi di dolore e solidarietà per la famiglia ricevuti all’indirizzo di posta elettronica de “l’idea” che, subito dopo la scomparsa del poeta, ha diffuso su Internet la notizia. E se la perdita di uno dei più grandi e silenziosi poeti del Salento è passata vocazionalmente quasi sotto silenzio a Ceglie Messapica, ha invece avuto un’eco enorme tra gli studiosi e gli stessi cegliesi che vivono  fuori regione o all’estero e che seguono le vicende della città attraverso il sito di Ideanews.
Pietro Gatti in un disegno di Uccio BiondiLa stampa locale sta riscoprendo l’autore de “A’ terra meje” o de “La seconda venute”: il Quotidiano, il secondo giornale pugliese per diffusione, già il 28 luglio nelle pagine di cronaca nazionale ha riferito con un breve articolo della morte di Pietro Gatti mentre la Gazzetta del Mezzogiorno, l’altro quoditiano della regione, nell’edizione di Brindisi del 31 luglio ha ospitato un intervento di Uccio Biondi, il noto pittore cegliese nonché ex assessore alla Cultura (a destra un suo ritratto di Pietro Gatti), in cui ci si rammarica per le distrazioni scese negli anni sull’opera pur compresa di Pietro Gatti.
Il 1° agosto ancora Quotidiano, è tornato in prima pagina con un articolo di Donato Valli, per otto anni rettore dell’Università di Lecce, in cui è ricordata con tenerezza la scoperta e la valorizzazione di Pietro Gatti.
Riportiamo l’intervento di Donato Valli con il titolo di “Quotidiano”.
 
 
Addio a Gatti, poeta silenzioso  (Il Salento che se ne va)
 
di DONATO VALLI
Con Pietro Gatti, mite e grande poeta in dialetto di Ceglie Messapica, è un altro pezzo del Salento che scompare. Rimane intatta, ma resa più tragica e solenne da questo evento, la scia luminosa della sua poesia.
Era il 1976 quando nelle nostre case giunse come angelo portatore di messaggi di altre terre, di altri destini, un modesto libretto stampato da Schena di Fasano, A terra meje (La mia terra). Nessuno di noi, cultori occasionali della letteratura salentina, aveva sentito parlare di Pietro Gatti; ma quando io e Oreste Macrì e Mario Marti ci trovammo in uno dei soliti conversari estivi a scambiarci le esperienze delle nostre letture e dei nostri lavori, non potemmo fare a meno di parlare di questo libretto che si era imposto alla nostra attenzione con una veemenza inusuale per chi è abituato a ricevere e leggere centinaia di libri di poeti più o meno veri e vivi. Eppure Gatti aveva vissuto nel silenzio e nel suo romitaggio cegliese oltre sessant’anni della sua vita, casta ed essenziale fino all’inverosimile.
Con lui irrompeva nella letteratura dialettale del Salento il più alto e maturo Novecento poetico. Il passaggio dal Sette all’Ottocento aveva salutato il realismo arcadico di Francescantonio D’Amelio; il passaggio dall’Otto al Novecento il realismo romantico di Giuseppe De Dominicis; il Novecento il realismo fantastico e cosmico di Pietro Gatti. La sua Ceglie diventava il centro dell’universo, mai un punto così umile e modesto della ideale carta geografica dell’umanità si era slargato fino a comprendere le fatiche, i dolori, i sacrifici, la morte di tutti i contadini e diseredati del mondo. Infatti attraverso la storia di miseria e di nobiltà dei personaggi passa il dramma di una umanità costretta a misurarsi con il male storico dell’esistenza, a gioire del suo dolore, a respirare dei suoi sogni, a vivere della sua morte.
In Gatti l’adesione alle ragioni telluriche, fatali di questa povertà, di questa asprezza di vita, sembra qualcosa di naturale, di istintivo, una sorta di grazia concessa all’uomo da un dio spietato perché egli avesse coscienza del suo destino. Nulla di più astratto e nulla di più concreto; mai tanta sofferenza di pianti nella nostra poesia aveva raggiunto tali effetti di umanissima pietà e consolazione, mai la religione si era vestita dei panni di chi lotta, senza odio e senza invidia, per la sopravvivenza, forte soltanto di uno spirito che è la somma di tutte le offese subite nel corso della storia della terra.
Nel 1984 vedeva la luce di un altro libretto di poesie che è il giusto complemento del primo, dal titolo ‘Nguna vite (Alcuna vita). Questa volta, l’attenzione del poeta si era fermata sui bambini precocemente morti per via delle privazioni, dello sfruttamento, dell’abbandono, del semplice scatenarsi di forze naturali incontrollabili. Gatti si era identificato con la morte di tutti gli innocenti e ci faceva giungere in una sorta di Spoon River salentino, le voci flebili di vite incompiute e sofferenti di questa loro incompiutezza.
Eppure in tanta spontaneità di sentimenti, quanto lavorìo, e quante letture, e quanta cultura si avvertono! Gatti ha dietro di se un bagaglio di segreti studi, grazie ai quali conferisce al dialetto un’armonia, un ritmo, una risonanza che riscattano la sua povertà e lo impongono come l’espressione più alta e naturale di profondi pensieri e di universali sentimenti.
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