Pietro Gatti il Poeta di Ceglie Messapica.

…e della sua terra rossa

Archivio per la categoria “lingua”

Sonde de terre le penziere mije (Sono di terra i miei pensieri)

Seminario Pietro Gatti fronte

A terra meje (1976) è lo spazio dell’intelligenza e del cuore: il luogo dei continui ritorni, scanditi nel tempo, su cui il poeta riversa l’ansia di parlare con la terra, approfondendo la sua indagine che sembra ininterrotta e affinando lo stile, che diviene la filigrana del suo pensare. Descrive una modalità dell’esistenza che non permette consolazioni, né soluzioni perché batte un terreno inevitabile, in cui la sua fantasia di poeta ritrova l’ossessione di certe figure e sfondi. Le forme della realtà descritte si configurano attraverso una scrittura melodica, che risalta in particolare nella sua struggente predilezione “per gli umili, gli indifesi, i deboli” il cui dolore è da Pietro Gatti introiettato. Il poeta è stato coerente con la sua scelta ideologica di rifiuto totale dell’ingiustizia e dell’arroganza del mondo e la figlia dirà: “Mio padre ha sempre improntato la sua vita a due valori fondamentali: il rifiuto dell’ingiustizia e il rispetto incondizionato verso gli altri, chiunque fossero e comunque la pensassero. Soprattutto gli umili, gli indifesi, i deboli (quelli poi saranno le sue creature poetiche) catturavano la sua attenzione e a loro offriva spontaneamente aiuto durante il suo lavoro e fuori dal lavoro”. E per fare questo si serve di un parlare “musicale” che si nutre del linguaggio parlato, del ritmo naturale del dialetto che attraversa tutta la composizione poetica. I bordi acustici e sonori della parola e dell’intero verso sono impastati dal poeta diluendosi nell’idea e nella qualità semantica della parola. Sonde de terre le penziere mije: /de terre ca do trònete ‘nzeddechèschene /a porva porve (Sono di terra i pensieri miei: di terra che due tuoni sprizzano la sola polvere). “ Il poeta estrae dalla terra la forza necessaria per parlare al mondo, utilizza quella terra costituita da un viluppo di radici e anime per comunicare la mestizia e la sottesa malinconia che impregna gli abitanti di quello spazio di mondo”. Questa terra è il palcoscenico che ospita lo snodarsi della vita dei protagonisti: un universo di fisicità, di rapporti carnali, di dolori e disillusioni, senza mai uno smottamento della sfera affettiva o un cedere ad un cenno di emozioni che sembrano anche loro perseguitate dall’essere pezzenti. E allora il poeta dice: I ssapene de terre le parole mije pure (E sanno di terra le parole mie pure)”. Maria Antonietta Epifani, ‘Va’, poesia, e la mia gente trova’, Tra i luoghi della memoria di Pietro Gatti, in Pietro Gatti e la modernità poetica, Edipan 2014, pp. 91 – 92.

A terra meje (La mia terra) vien pubblicato nel maggio 1976 dalla Grafischena di Fasano di Puglia

(fonte)

Vedi anche:

“Casa meje ete pròpie ca ccumenze”

il problema della “lingua”

 In ogni occasione in cui si voglia scrivere per comunicare, si pone il problema della lingua. Per questo sito

ho adottato il simbolo ‘ ‘ al posto delle vocali mute come suggerito suggestivamente da Angelo Palma sul suo sito : vedi Profili linguistici delle regioni – Puglia di Sobrero e Tempesta Ed. Laterza . Lo scopo è quello di consentire una corretta pronuncia da parte dei non cegliesi. Palma afferma che Pietro Gatti conosceva il simbolo, ma ha preferito non adoperarlo. Ringrazio Angelo Palma per questo contributo alla nostra modesta opera di divulgazione e conservazione della lingua e della poesia cegliese. A questo proposito sempre Angelo Palma mi scrisse a suo tempo questa cortese

nota sulla grafia del dialetto cegliese
 
A mio avviso, i riferimenti per la grafia del dialetto cegliese possono essere:
 
1) Grafia e fonetica di Pietro Gatti in Introduzione a “A terra meje” – Ed. Schena Fasano,
2) Profili linguistici delle regioni – Puglia di Sobrero e Tempesta – Edizioni Laterza.
 
Nella seconda pubblicazione, gli autori propongono di indicare le vocali mute con il simbolo ‘ ∂ ‘,mentre Gatti adoperava la ‘ e ’.Il primo metodo ha il grande vantaggio di evitare la pronuncia delle vocali afone da parte dei forestieri e dei cegliesi stessi più giovani.
Conclusione: le poesie di Gatti devono essere scritte secondo la grafia dell’autore, mentre gli altri scritti possono conformarsi a quanto propone Sobrero.
 
Nel mio sito, www.lavocediangelopalma.com , sono riportate nelle due modalità la poesia
“ Il fringuello “ e il nome di Ceglie, “ Cegghj∂ “ e “ Cegghje “.
 
Il proverbio secondo i due metodi andrebbe così scritto:
 
A cadàr∂ diss∂ a lla fr∂zzòl∂ :
“ Alluntàn∂t∂ scinò m∂ ting∂”
 
A cadàre disse a lla frezzòle :
“ Alluntànete scinò me tinge”
 
Gatti raddoppiava le consonanti a inizio parola, per riprodurre, dove necessario, la fonetica locale e poneva l’accento sulle parole con più di due sillabe.
 
Cordiali saluti,
Angelo Palma
Ma quale dialetto regionale? Di idiomi locali, solo in Puglia e Basilicata, ce ne sono a decine, e spesso si tratta di «lingue» incomprensibili anche a poche decine di chilometri. Quale fra queste, quindi, dovrebbe essere insegnata nelle scuole come pretende la Lega? I dialetti della Puglia, pur essendo numerosi e molto vari tra loro, vengono inseriti in due grandi gruppi: nel gruppo dei dialetti italiani meridionali e in quello dei dialetti italiani meridionali estremi. Nel primo gruppo rientrano i dialetti foggiano, quello garganico e il barese. Nel secondo gruppo rientra il dialetto salentino (leccese, brindisino e parte del tarantino).

INCROCIO DI DIALETTI
L’enciclopedia online Wikipedia spiega che il dialetto barese viene parlato grosso modo in tutta la provincia di Bari e in quella di Barletta-Andria-Trani. A nord ha zone d’influenza nella provincia di Foggia, dove però si parla il dialetto foggiano che può essere visto come un dialetto barese fortemente influenzato dal napoletano. A ovest si diffonde anche nella provincia di Matera il cui dialetto non presenta evidentissime differenze con quello barese, soprattutto nella cadenza melodica, quindi a sud arriva in prossimità della soglia messapica (una linea ideale che va da Taranto ad Ostuni passando per Villa Castelli e Ceglie Messapica), al di sotto della quale si parla il salentino, comprendendo, pertanto, tutti i centri della Valle d’Itria (Martina Franca, Locorotondo e Cisternino).

Influenze di dialetto barese sono presenti anche nella zona settentrionale della provincia di Potenza, precisamente in alcuni comuni del Vulture (Venosa, Rionero in Vulture, Atella, Melfi) e in quelli della zona ofantina (Lavello, Montemilone). La catalogazione dei dialetti pugliesi include, oltre al tarantino, anche l’ostunese, il cegliese. Nelle zone in cui si parla il dialetto leccese, ci sono poi aree in cui domina il griko (dall’antica Grecìa). L’Unesco ha inserito il salentino nel Libro rosso delle lingue in pericolo.

I DIALETTI LUCANI – Altrettanto variegata è la situazione degli idiomi in Basilicata. Il potentino si distingue dal materano, poi c’è il metapontino, il marateota e il cilentano. Passando poi per i dialetti con influenza galloitaliaca e a quelli di origine arbereshe. «Il viaggiatore che in uno scompartimento di III classe nel tragitto da Napoli a Taranto presti attenzione alla conversazione dei contadini che salgono ad ogni stazione – scriveva oltre 100 anni fa il viaggiatore e filologo tedesco Gerhard Rohlfs – si renderà subito conto che nel primo tratto la base linguistica è sorprendentemente unitaria. Ma subito dopo la profonda valle del Platano, dalla stazione di Picerno in poi il quadro cambia. E così si continua anche dopo che il treno ha superato le stazioni di Tito e Potenza. Soltanto a partire da Trivigno queste caratteristiche scompaiono e ricompare improvvisamente la situazione linguistica che, appena due ore prima, era scomparsa così improvvisamente e in modo così inspiegabile»

fonte

Sobbe a lle muse sté a luce de nu rise
de n’atu munne. I’ Ccriste? Sine, ì Ccriste.
Jind’à glorie du ciele tutt’aprute.
I Ccriste rite a ttutt’u munne, a ttutte
u criatu sane. I u bbenedisce tutte.
Cu lle vrazze japrute larie larie,
cchjù granne assé: pe sse bbrazzà ggne ccose

le cose ca se véchene i cca none.
Criste ì lassate a crosce a’m mienz’a ll’erve.
Ggià n’oggne strutte addò le ppogge a spadde.
I spette cu ffurnessce u suennu bbelle,
ca l’à mmannate u Patre Nneputende.

Sulle labbra la luce d’un sorriso
di un altro mondo. E’ Cristo? Sì è Cristo.
Nella gloria del cielo tutto spalancato.
E Cristo sorride a tutto il mondo, a tutto
il creato intero. E lo benedice tutto.
Con le braccia aperte larghe larghe,
più grandi assai: per abbracciarsi ogni cosa,
le cose che si vedono e no.
Cristo ha lasciato la croce tra l’erba.
Già un pò consumata dove poggia la spalla.
E attende che termini il sogno bello,
che gli ha mandato il Padre Onnipotente
.

Da “A seconda venute” di Pietro Gatti

 

Navigazione articolo