Pietro Gatti il Poeta di Ceglie Messapica.

…e della sua terra rossa

8 marzo

Quanne u suspiru mije t’à cchiamate,
stasere, i o varcunciedde t’à ffacciate,
cudu rise de uecchje come a stelle,
o scure t’à llusciute, amoru bbelle.
Na strende m’agghje ‘ndise atturne o core
de fueche. Na u fa cchjù, ca pozze more.
P.G.
al balcone

ringrazio la famiglia Gatti per l’invito che mi ha fatto pervenire

Seminario Pietro Gatti fronteSeminario Pietro Gatti retro

Caro Mimmo, puoi immaginare l’emozione che mi coglie nel ricevere, tuo tramite, l’invito della famiglia Gatti a questo avvenimento che il Comune di Ceglie ha voluto, grazie a Dio, organizzare. Esserci sarebbe per me una grande gratificazione spirituale, non ipoteco il futuro, ma dovrà pure arrivare, per me, il giorno di un fugace ritorno. Ringrazio caldamente te e, ti prego di estendere il ringraziamento alla famiglia e, perchè no, ai rappresentanti dell’Amministrazione Comunale che hanno dimostrato sensibilità nei confronti del “nostro” poeta.
Giacomo Nigro

19 gennaio 1913 * 19 gennaio 2013

pietro_gatti

Negli scritti dell’autore vissuto a Ceglie Messapica, nato a Bari il 19 gennaio 1913, tangibili sono il fermento di una certa vivacità culturale, la tendenza verso una contemplazione meditata e assorta, un particolare gusto per l’autobiografismo, manifestato qua e là nei versi in dialetto brindisino cegliese. Questi aspetti rendono l’opera poetica di Gatti più riconducibile nell’ambito dei poeti dialettali di arte piuttosto che nella sfera della schietta tradizione popolare e ciò lo si constata facilmente leggendo le traduzioni in lingua dei suoi componimenti dialettali. Un mondo meditativo, quello dell’autore morto nel silenzio della campagna cegliese il 27 luglio del 2001 all’età di 88 anni, con una tendenza spiccata verso una introspezione che sembra assumere, a volte, toni esasperati. Il poeta propone il suo smarrimento che scaturisce dalla consapevolezza del misterioso corso delle vicende umane, una serena considerazione del proprio destino. Tante le occasioni di riflessioni e intriganti pensieri.Pietro Gatti in un disegno di Uccio Biondi

Dopo che i fari si accesero sul nostro poeta in occasione della pubblicazione dell’opera omnia da parte di Manni editore, pare tornato l’oblio; c’è da rammaricarsi delle nuove distrazioni scese su Pietro Gatti, ma noi ci ricordiamo di Lui, ricordiamolo anche oggi in occasione del centenario della sua nascita. In suo onore riportiamo, ancora una volta, un intervento di Donato Valli suo grande amico ed estimatore.
***
Con Pietro Gatti, mite e grande poeta in dialetto di Ceglie Messapica, è un altro pezzo del Salento che scompare. Rimane intatta, ma resa più tragica e solenne da questo evento, la scia luminosa della sua poesia.
Era il 1976 quando nelle nostre case giunse come angelo portatore di messaggi di altre terre, di altri destini, un modesto libretto stampato da Schena di Fasano, A terra meje (La mia terra). Nessuno di noi, cultori occasionali della letteratura salentina, aveva sentito parlare di Pietro Gatti; ma quando io e Oreste Macrì e Mario Marti ci trovammo in uno dei soliti conversari estivi a scambiarci le esperienze delle nostre letture e dei nostri lavori, non potemmo fare a meno di parlare di questo libretto che si era imposto alla nostra attenzione con una veemenza inusuale per chi è abituato a ricevere e leggere centinaia di libri di poeti più o meno veri e vivi. Eppure Gatti aveva vissuto nel silenzio e nel suo romitaggio cegliese oltre sessant’anni della sua vita, casta ed essenziale fino all’inverosimile.
Con lui irrompeva nella letteratura dialettale del Salento il più alto e maturo Novecento poetico. Il passaggio dal Sette all’Ottocento aveva salutato il realismo arcadico di Francescantonio D’Amelio; il passaggio dall’Otto al Novecento il realismo romantico di Giuseppe De Dominicis; il Novecento il realismo fantastico e cosmico di Pietro Gatti. La sua Ceglie diventava il centro dell’universo, mai un punto così umile e modesto della ideale carta geografica dell’umanità si era slargato fino a comprendere le fatiche, i dolori, i sacrifici, la morte di tutti i contadini e diseredati del mondo. Infatti attraverso la storia di miseria e di nobiltà dei personaggi passa il dramma di una umanità costretta a misurarsi con il male storico dell’esistenza, a gioire del suo dolore, a respirare dei suoi sogni, a vivere della sua morte.
In Gatti l’adesione alle ragioni telluriche, fatali di questa povertà, di questa asprezza di vita, sembra qualcosa di naturale, di istintivo, una sorta di grazia concessa all’uomo da un dio spietato perché egli avesse coscienza del suo destino. Nulla di più astratto e nulla di più concreto; mai tanta sofferenza di pianti nella nostra poesia aveva raggiunto tali effetti di umanissima pietà e consolazione, mai la religione si era vestita dei panni di chi lotta, senza odio e senza invidia, per la sopravvivenza, forte soltanto di uno spirito che è la somma di tutte le offese subite nel corso della storia della terra.
Nel 1984 vedeva la luce di un altro libretto di poesie che è il giusto complemento del primo, dal titolo ‘Nguna vite (Alcuna vita). Questa volta, l’attenzione del poeta si era fermata sui bambini precocemente morti per via delle privazioni, dello sfruttamento, dell’abbandono, del semplice scatenarsi di forze naturali incontrollabili. Gatti si era identificato con la morte di tutti gli innocenti e ci faceva giungere in una sorta di Spoon River salentino, le voci flebili di vite incompiute e sofferenti di questa loro incompiutezza.
Eppure in tanta spontaneità di sentimenti, quanto lavorìo, e quante letture, e quanta cultura si avvertono! Gatti ha dietro di se un bagaglio di segreti studi, grazie ai quali conferisce al dialetto un’armonia, un ritmo, una risonanza che riscattano la sua povertà e lo impongono come l’espressione più alta e naturale di profondi pensieri e di universali sentimenti.

L’omme: stu purvarone…

Na stelle andraversesce tutt’u ciele
senze cu ttruppuchesce tutte l’ate,
ca nu picche se fascene de coste
quanne le vole passe assé vescine.
Ma ce cose succete a ll’ata vanne?
Nu cridde i ggià janghjute tutt’u munne,
se ve spannenne jnd’a ll’imbenite
cu ppo spetterre jnd’a ll’eternetà.
Cussu cri-cri de priesce, tutt’amore!
Stu fesschiettudde ind’ ò cungierte granne
pure d’a nebbulose cchjù llundane.
Addò?
Stè u cchjù llundane? I cci u sape?
L’omme: stu purvarone ca n’u porte u viende
i tte strafoche i cca te ceche le uecchje,
sta purvarodde i llusce jind’o scure
da nu cavuerte ca s’à cchjate u sole
sobb’a nna porte sembe agghjuse ò niende.
Stu solu bbuene ind’ò criatu sane!
Una stella attraversa tutto il cielo
senza che sfiori tutte le altre,
che un poco si fanno di lato
quando vuol passare loro troppo vicino.
Ma che cosa succede nell’altro luogo?
Un grillo ha già empito tutto il mondo,
si va spandendo nell’infinito
perché poi trabocchi nell’eternità.
Questo cri-cri di gioia, tutto amore!
questo fischiettino nel concerto immenso
pure della nebulosa più lontana.
Dove?
C’è il più lontano? E chi può saperlo?
L’uomo: Questo polverone che se lo porta il vento
e ti strozza e che ti acceca gli occhi.
questo pulviscolo, e luccica nel buio
da un foro che s’è trovato il sole
su una porta sempre chiusa al niente.
Questo sole buono nel creato intero.
Pietro Gatti
Anche l’amico Mimmo Barletta celebra oggi Pietro Gatti: così!

il problema della “lingua”

 In ogni occasione in cui si voglia scrivere per comunicare, si pone il problema della lingua. Per questo sito

ho adottato il simbolo ‘ ‘ al posto delle vocali mute come suggerito suggestivamente da Angelo Palma sul suo sito : vedi Profili linguistici delle regioni – Puglia di Sobrero e Tempesta Ed. Laterza . Lo scopo è quello di consentire una corretta pronuncia da parte dei non cegliesi. Palma afferma che Pietro Gatti conosceva il simbolo, ma ha preferito non adoperarlo. Ringrazio Angelo Palma per questo contributo alla nostra modesta opera di divulgazione e conservazione della lingua e della poesia cegliese. A questo proposito sempre Angelo Palma mi scrisse a suo tempo questa cortese

nota sulla grafia del dialetto cegliese
 
A mio avviso, i riferimenti per la grafia del dialetto cegliese possono essere:
 
1) Grafia e fonetica di Pietro Gatti in Introduzione a “A terra meje” – Ed. Schena Fasano,
2) Profili linguistici delle regioni – Puglia di Sobrero e Tempesta – Edizioni Laterza.
 
Nella seconda pubblicazione, gli autori propongono di indicare le vocali mute con il simbolo ‘ ∂ ‘,mentre Gatti adoperava la ‘ e ’.Il primo metodo ha il grande vantaggio di evitare la pronuncia delle vocali afone da parte dei forestieri e dei cegliesi stessi più giovani.
Conclusione: le poesie di Gatti devono essere scritte secondo la grafia dell’autore, mentre gli altri scritti possono conformarsi a quanto propone Sobrero.
 
Nel mio sito, www.lavocediangelopalma.com , sono riportate nelle due modalità la poesia
“ Il fringuello “ e il nome di Ceglie, “ Cegghj∂ “ e “ Cegghje “.
 
Il proverbio secondo i due metodi andrebbe così scritto:
 
A cadàr∂ diss∂ a lla fr∂zzòl∂ :
“ Alluntàn∂t∂ scinò m∂ ting∂”
 
A cadàre disse a lla frezzòle :
“ Alluntànete scinò me tinge”
 
Gatti raddoppiava le consonanti a inizio parola, per riprodurre, dove necessario, la fonetica locale e poneva l’accento sulle parole con più di due sillabe.
 
Cordiali saluti,
Angelo Palma
Ma quale dialetto regionale? Di idiomi locali, solo in Puglia e Basilicata, ce ne sono a decine, e spesso si tratta di «lingue» incomprensibili anche a poche decine di chilometri. Quale fra queste, quindi, dovrebbe essere insegnata nelle scuole come pretende la Lega? I dialetti della Puglia, pur essendo numerosi e molto vari tra loro, vengono inseriti in due grandi gruppi: nel gruppo dei dialetti italiani meridionali e in quello dei dialetti italiani meridionali estremi. Nel primo gruppo rientrano i dialetti foggiano, quello garganico e il barese. Nel secondo gruppo rientra il dialetto salentino (leccese, brindisino e parte del tarantino).

INCROCIO DI DIALETTI
L’enciclopedia online Wikipedia spiega che il dialetto barese viene parlato grosso modo in tutta la provincia di Bari e in quella di Barletta-Andria-Trani. A nord ha zone d’influenza nella provincia di Foggia, dove però si parla il dialetto foggiano che può essere visto come un dialetto barese fortemente influenzato dal napoletano. A ovest si diffonde anche nella provincia di Matera il cui dialetto non presenta evidentissime differenze con quello barese, soprattutto nella cadenza melodica, quindi a sud arriva in prossimità della soglia messapica (una linea ideale che va da Taranto ad Ostuni passando per Villa Castelli e Ceglie Messapica), al di sotto della quale si parla il salentino, comprendendo, pertanto, tutti i centri della Valle d’Itria (Martina Franca, Locorotondo e Cisternino).

Influenze di dialetto barese sono presenti anche nella zona settentrionale della provincia di Potenza, precisamente in alcuni comuni del Vulture (Venosa, Rionero in Vulture, Atella, Melfi) e in quelli della zona ofantina (Lavello, Montemilone). La catalogazione dei dialetti pugliesi include, oltre al tarantino, anche l’ostunese, il cegliese. Nelle zone in cui si parla il dialetto leccese, ci sono poi aree in cui domina il griko (dall’antica Grecìa). L’Unesco ha inserito il salentino nel Libro rosso delle lingue in pericolo.

I DIALETTI LUCANI – Altrettanto variegata è la situazione degli idiomi in Basilicata. Il potentino si distingue dal materano, poi c’è il metapontino, il marateota e il cilentano. Passando poi per i dialetti con influenza galloitaliaca e a quelli di origine arbereshe. «Il viaggiatore che in uno scompartimento di III classe nel tragitto da Napoli a Taranto presti attenzione alla conversazione dei contadini che salgono ad ogni stazione – scriveva oltre 100 anni fa il viaggiatore e filologo tedesco Gerhard Rohlfs – si renderà subito conto che nel primo tratto la base linguistica è sorprendentemente unitaria. Ma subito dopo la profonda valle del Platano, dalla stazione di Picerno in poi il quadro cambia. E così si continua anche dopo che il treno ha superato le stazioni di Tito e Potenza. Soltanto a partire da Trivigno queste caratteristiche scompaiono e ricompare improvvisamente la situazione linguistica che, appena due ore prima, era scomparsa così improvvisamente e in modo così inspiegabile»

fonte

Sobbe a lle muse sté a luce de nu rise
de n’atu munne. I’ Ccriste? Sine, ì Ccriste.
Jind’à glorie du ciele tutt’aprute.
I Ccriste rite a ttutt’u munne, a ttutte
u criatu sane. I u bbenedisce tutte.
Cu lle vrazze japrute larie larie,
cchjù granne assé: pe sse bbrazzà ggne ccose

le cose ca se véchene i cca none.
Criste ì lassate a crosce a’m mienz’a ll’erve.
Ggià n’oggne strutte addò le ppogge a spadde.
I spette cu ffurnessce u suennu bbelle,
ca l’à mmannate u Patre Nneputende.

Sulle labbra la luce d’un sorriso
di un altro mondo. E’ Cristo? Sì è Cristo.
Nella gloria del cielo tutto spalancato.
E Cristo sorride a tutto il mondo, a tutto
il creato intero. E lo benedice tutto.
Con le braccia aperte larghe larghe,
più grandi assai: per abbracciarsi ogni cosa,
le cose che si vedono e no.
Cristo ha lasciato la croce tra l’erba.
Già un pò consumata dove poggia la spalla.
E attende che termini il sogno bello,
che gli ha mandato il Padre Onnipotente
.

Da “A seconda venute” di Pietro Gatti

 

ripubblico per Pietro Gatti poeta della Messapia

PIETRO GATTI. UN POETA!

Postato il | agosto 5, 2010 su http://www.midiesis.it

Questa volta l’occasione del ritorno a Ceglie Messapica  è la presentazione dell’opera omnia di Pietro Gatti.

Non tento neanche di iniziare un resoconto critico-letterario della serata. Dovevate starci ed allora avreste goduto della brillantezza delle relazioni del prof. Gerardo Trisolino, di Lino Angiuli giornalista-editore e di Raffaele Nigro.

Intendo, invece, dare risalto ad alcune vicende collaterali emerse dagli interventi.

Intanto, in tutta la serata è rimasto predominante e prepotente l’orgoglio della figlia e del genero del poeta che difficilmente si arrenderanno al lento, inesorabile e forse scontato affievolimento della conoscenza dell’opera e della figura di don Pietro Gatti.

L’avvocato Nicola Ciracì (condannato a rappresentare il ruolo dell’Amministrazione Comunale) con i suoi modi eleganti ed essenziali, riafferma la volontà della Città di identificarsi in Pietro Gatti, Emilio Notte, la Gastronomia e, continuando un discorso iniziato con la precedente amministrazione Federico, annuncia un progetto culturale da realizzarsi proprio nel Castello che ospita la manifestazione.

Freddo, lucido, purtroppo vero,  forse spietato è l’intervento di Raffaele Nigro. Nessuno spazio ad entusiasmi commemorativi! Ha riconosciuto il valore di questo poeta dialettale, ma non ha nascosto la grande difficoltà di inserire in un più ampio discorso editoriale l’opera di Pietro Gatti. Secondo lui sarà anche difficile che nella scuola, tra i giovani, si possa far conoscere questo poeta perchè oggi la società sembra aver perso la voglia di impegnarsi in pensieri profondi, in autoanalisi, in riflessioni sull’essere e sul senso della vita. Difficile il successo per un’opera dialettale con suoni, accenti e cadenze ormai sconosciuti agli stessi cegliesi ed uno” scritto” ancora più indecifrabile!

Quindi…tutto inutile? No! Raffele Nigro si sbaglia! La sua barba ormai bianca non è il simbolo di una raggiunta serenità e ponderata saggezza, ma la conseguenza di tante lotte combattute, vinte e perse nel “sistema”. Pietro Gatti, con la sua poesia, resta un’oasi, l’isola sulla quale approdare nel momento in cui non troveremo nella TV, nella omologazione, nella globalizzazione, le risposte ai nostri bisogni.

“PIETRO GATTI, POETA

Volume 1° e 2°

A cura di Donato Valli

Manni Editore- 2010”                                      sanmichelesalentino05agosto2010edmondobellanova

gli assenti hanno sempre torto

Una breve vacanza mi ha impedito una migliore partecipazione, ma trovo giusto segnalare, anche con ritardo, l’iniziativa in omaggio del nostro poeta caduta nel mio giorno onomastico.

Ceglie M.ca, 24/07/2012

Ceglie nel cuore rende omaggio a Pietro Gatti

Mercoledì 25 luglio, alle ore 20.30, si terrà presso il piazzale della chiesa di Sant’Anna, una importante manifestazione artistica e culturale intitolata “Omaggio a Pietro Gatti”, dedicata al grande poeta dialettale della città messapica.
L’evento, nato da una idea del Comitato Cittadino “Ceglie nel Cuore”, del Blog “Ahi Ceglie…”, curato da Mimmo Barletta, e dell’Associazione “Ceglie Città Cultura”, di Damiano Leo e Antonio Curri, con il patrocinio dell’amministrazione comunale cegliese, sarà anche l’occasione per presentare ufficialmente il Concorso Nazionale di Poesia in Vernacolo “Premio Pietro Gatti – Città di Ceglie Messapica” I Edizione – Anno 2012/2013.
“Tale Concorso Nazionale di Poesia in Vernacolo – ha spiegato Vincenzo Suma, Responsabile Cultura del Comitato ‘Ceglie nel Cuore’ – è stato pensato per diffondere l’opera letteraria del grande poeta pugliese Pietro Gatti e per la costituzione, all’interno della nostra Biblioteca Comunale, del ‘Fondo Librario Nazionale del Vernacolo’. In particolare la manifestazione che si terrà questa sera è stata da noi voluta per presentare ufficialmente la nostra idea sull’istituzione di questo concorso.
Il Concorso sarà articolato in due sezioni: Sezione “A – Libro edito di poesia in vernacolo” e Sezione “B – Poesie inedite in vernacolo” – ha spiegato ancora Suma – Inoltre una sezione sarà riservata anche agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado per promuovere l’importanza del vernacolo tra le nuove generazioni.
Agli inizi del mese di settembre, durante una apposita conferenza stampa, sarà presentato il Bando di concorso ufficiale – ha concluso il responsabile del Comitato – Intanto, a nome degli organizzatori, posso preannunciare che la cerimonia di premiazione è prevista per sabato 19 gennaio 2013, in occasione del centenario della nascita del maestro Pietro Gatti”.
Con questo evento, quindi, il Comitato cittadino “Ceglie nel Cuore” conferma il suo impegno per la promozione della città messapica partendo dalle eccellenze del territorio. E il poeta Pietro Gatti rappresenta, senza dubbio alcuno, una delle massime eccellenze in campo culturale nella storia della città di Ceglie Messapica, un tesoro prezioso da custodire gelosamente e regalare alle nuove generazioni.

COMUNICATO STAMPA COMITATO CITTADINO ‘CEGLIE NEL CUORE’

Strenge na mane a ‘m biette. Bbatte u core.
Cud’affanne de Ggiàcheme, jasteme!
“Addò s’à ssci sccaffate cudu muerte
de fame, cudu stroppie, nu mmerduse.
Quanne u jacchje! L’agghje spezzà a mmazzate.”

Pietro Gatti

da “A seconda venute”

frammento… per me

Strenge na mane a ‘m biette. Bbatte u core.
Cud’affanne de Ggiàcheme, jasteme!
“Addò s’à ssci sccaffate cudu muerte
de fame, cudu stroppie, nu mmerduse.
Quanne u jacchje! L’agghje spezzà a mmazzate.”

Pietro Gatti

da “A seconda venute”

da “Nu vecchju diarie d’amore”

Da nu vecchju ggiurnale, pe tte sole,

copie u sturnelle a lle capidde bbionde

ca tiene a jette, a ttacche com’a ll’onde

dosce d’u mare, bbelle come u sole:

“Fiore de verbene.

quide capidde, d’ore na curone,

quide capidde, d’ore na catene”

Da un vecchio giornale, per te sola, / ricopio lo stornello ai capelli biondi / che hai a treccia, a onda come l’onde / dolci del mare, belli come il sole: / “Fiori di verbena, / quei tuoi capelli, d’oro una corona, / quei tuoi capelli, d’oro una catena”. 

Pietro Gatti

Nu vecchju diarie d’amore

Ci jiere navecande

Ci jiere navecande, me puteve
disce: ete tiembe cu rravogghje a vele.
Sonde june de fore: ind’â casedde .
me mmasoggne, nu ciedde angocchje ò fueche,
u pesule de fiche lièggiu liegge
(l’arve seccò p’a muche ) m’u serrieve
nu ggiurne, na tteneve da fa niende.

Pietro Gatti

(da “L’immaginazione”, Lecce, nn.64/66, 1989)

Se fossi navigante potrei / dirmi: tempo che avvolga la vela. // Sono uno di campagna: nella casella / mi ritiro, un uccello, presso il fuoco, / il pezzo di tronco di fico leggero leggero  / (l’albero seccò per la monilia ) me lo segai / un giorno, non avevo da far nulla. //

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