Pietro Gatti il Poeta di Ceglie Messapica.

…e della sua terra rossa

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L’amicizia di Donato Valli per Pietro Gatti

Ceglie, 4 dicembre 1996
Caro Donato,
ti scrivo lentamente e arrancando.
La scoppola datami all’improvviso verso le 4 del mattino del 25 agosto scorso è stata brutale…
Le conseguenze di questo manrovescio, che ha quasi distrutto il mio fisico (e non solo esso), sempre più debilitato d’altronde negli ultimi anni, sono irreversibili…
Mi ricorderai certamente sempre. Ricorderai sempre il frutto splendido della mia vita, che tardivamente ma tanto più ingordamente ho goduto e ne ho fatto parte agli amici…
Ho già ridetto ai miei della grande congerie dei miei testi poetici manoscritti e dattilografati e dei vari posti di giacimento. Sarai tu ad occupartene in assoluta libertà. Mi piace enormemente pensare al “postumo”…
Per ultimo: “Viva la mia poesia!” Per essa, con essa in essa vivrà pure la mia Terra, vivrà pure il mio umilissimo nome…
Con ciò, basta.
Pietro
***
Versi dialettali di Pietro Gatti narrati da Valli, di Dino Levante
Tutto è poesia e la poesia è Donato Valli. Non ci sarebbe stata poesia salentina, assurta a livelli internazionali, senza l’attenzione riservata dall’allora giovane studioso e critico letterario e poi, negli anni successivi, dal docente universitario, ora attempato, veterano conoscitore dei meandri della scrittura lirica di questa terra. L’odio e l’amore raccontato nei versi da tutti, proprio tutti i poeti salentini dalla fine dell’Ottocento sino ai nostri giorni, sono stati il pane quotidiano oggetto di amorevoli cure da parte di Valli. Tra quegli autori un singolare profumo emanavano gli uomini di lettere dialettali, che usavano un linguaggio ormai desueto, di pochi, quasi un gergo antico attualizzato, contaminatosi col tempo e con la continua presenza dei mass media. A loro Valli non ha lesinato studi e autorevoli contributi critici. Così come ha fatto con i due preziosi volumi dal titolo Pietro Gatti. Poeta, arricchiti da disegni inchiostri e opere pittoriche di Domenico Uccio Biondi e dalla utile e puntuale nota bio-bibliografica di Gerardo Trisolino. L’antologia si colloca nel dibattito, ancora attuale, sulla poesia dialettale contemporanea, ritornato insistente proprio negli ultimi mesi per le poco piacevoli spinte politiche nordiste, sul problema della distinzione tra liriche dialettali e componimenti popolari. Già Pier Paolo Pasolini aveva assunto come espressione e strumento di condivisione il dialetto friulano, proponendosi di aggredire la conoscenza tramandata attraverso una lingua ormai mortificata e svilita da un accademismo plurisecolare. Con Gatti, uno dei punti più alti della poesia dialettale del Salento, uno dei più convincenti poeti dialettali italiani, il linguaggio popolare viene utilizzato negli stessi modi della lingua letteraria. Negli scritti dell’autore vissuto a Ceglie Messapica (sebbene nato a Bari il 19 gennaio 1913), tangibili sono il fermento di una certa vivacità culturale, la tendenza verso una contemplazione meditata e assorta, un particolare gusto per l’autobiografismo, manifestato qua e là nei versi in dialetto brindisino cegliese. Questi aspetti rendono l’opera poetica di Gatti più riconducibile nell’ambito dei poeti dialettali di arte piuttosto che nella sfera della schietta tradizione popolare e ciò lo si constata facilmente leggendo le traduzioni in lingua dei suoi componimenti dialettali. Come si diceva un mondo meditativo, quello dell’autore morto nel silenzio della campagna cegliese il 27 luglio del 2001, con una tendenza spiccata verso una introspezione che sembra assumere, a volte, toni esasperati. Il poeta propone il suo smarrimento che scaturisce dalla consapevolezza del misterioso corso delle vicende umane, una serena considerazione del proprio destino. Tante le occasioni di riflessioni e intriganti pensieri.
Pietro Gatti rappresenta il punto più alto della poesia dialettale del Salento e uno degli acquisti più convincenti della poesia dialettale dell’intera Nazione.
Tutto il suo incedere sui sentieri della creazione lirica può essere contenuto in una antica ma sempre attuale verità: realtà come poesia e poesia come realtà.
L’una e l’altra esaltate dal miracolo della parola/verbo. È questa parola che schiude i confini invisibili d’un mondo dove tutto si anima e ogni minimo oggetto racconta la sua storia. Ed ecco allora l’accanimento sulla parola poetica in maniera da trarne tutti i possibili vantaggi di incanto e suggestione.
L’umile poeta, il silenzioso e schivo artigiano di un paese che sembra dimenticato dal mondo, Ceglie Messapica, è abbacinato dalla legge antica e fatale che lega il contadino alla sua terra, è fasciato dalle voci, dagli echi che giungono dalla vita della natura, è immerso in questa realtà che va oltre il visibile, oltre la storia, fino a dilagare nel mondo dei morti, dei tanti fanciulli vittime innocenti, falcidiati dalla miseria e dalla fatalità. Quanto più la realtà è dura e spietata, tanto più la scrittura diventa ricca e densa di pietà.
Donato Valli
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